Che
cos’è la sindrome da “crocerossina”, da cosa è causata e come si può guarire?
“Ama,
conforta, lavora e salva” era e rimane il motto storico delle Crocerossine
da ben 107 anni. Volte all’assistenzialismo queste figure erano in particolar
modo borghesi e aristocratiche, dotate di una posizione sociale privilegiata. Le
infermiere volontarie sono Ausiliarie delle Forze Armate, portano aiuto e
conforto sia in ambito civile che in caso di guerra, impegnate in missioni
umanitarie in Italia e all’estero. Con il tempo, in particolar modo dopo la
“Grande Guerra”, le infermiere divennero
il simbolo della femminilità che si fondeva con l’erotismo.
Nell’epoca
attuale la percentuale delle “crocerossine non titolate”, quelle totalmente
devote al “io ti salverò”, supera di
gran lunga il numero delle vere e proprie figure professionali di cui abbiamo
già parlato. In psicologia si tratta di una serie di comportamenti presenti in donne
molto premurose e iperprotettive,
costantemente in ansia di gratificare, giustificare e soccorrere l’amato,
arrivando a sacrificare se stesse e le proprie necessità. La “soccorritrice” si
dona in maniera totale al maschio di turno da salvare, con assoluta devozione e
in maniera completamente disinteressata, arrivando ad anticipare ed esaudire
tutti i desideri del partner, accantonando aspirazioni e bisogni personali in
virtù di un amore che la fa sentire viva e utile. “Vittima” di tante attenzioni
è l’uomo enigmatico e tenebroso, con un passato difficile, traumi infantili
irrisolti, una vita ancora in stand-by e in attesa di essere definita. Si
tratta di uomini affascinanti, con una visione dell’amore affatto chiara, poco
inclini ad impegnarsi, alquanto narcisi, pieni di dubbi, paranoie e
problematiche da risolvere. La donna che, disgraziatamente, capita sul loro
cammino si sente investita di una missione salvifica, instaurando un amore malato,
con il piatto della bilancia che pende vertiginosamente verso il lato maschile,
anziché verso entrambe le parti. Si crea una sorta di “dipendenza” dalla quale
è molto difficile guarire, le cui cause spesso sono da ricollegare, almeno per
quanto riguarda la psicologia odierna, ad un’infanzia difficile: assenza della
figura maschile o emulazione della propria madre, già “malata”, a suo tempo,
della sindrome da crocerossina. Si sviluppa in questo modo lo schema mentale
dell’amore a tutti i costi come cura. Tuttavia le carezze, le attenzioni, la
devozione sono sempre a senso unico, verso quell’uomo che “la salvatrice” si è
prefissata di mettere al sicuro da se stesso. Se pensate di esserne affette
riconoscerete i seguenti sintomi: precipitandovi da lui non appena vi comunica
di essere in punto di morte con 36,7° di febbre, affermando di avervi già
inserite nel suo testamento; quando annullate tutti i vostri impegni per
accompagnarlo ai suoi; ascoltandolo a oltranza durante i litigi, anche quando è
in torto marcio, dandogli per giunta la ragione; rinunciando alle uscite con le
amiche per poter passare tutto il vostro tempo libero con lui, che ormai vi
reputerà di sua proprietà. Risulta fondamentale riconoscere la tossicità di
certi “amori” basati principalmente sui ruoli di vittima VS carnefice. Si
rischia di inaridirsi nella sfida con se stessi di farcela e di salvare
l’altro. Dovete sapere che nessuno cambia, a meno che non lo si voglia
fortemente. L’amore è una delle poche cose gratuite esistenti: alcune donne, le
crocerossine per l’appunto, pensano di doverselo guadagnare con le cure e
accudendo il proprio uomo, il quale non ci penserà due volte ad
approfittarsene. Tali attenzioni, per le donne in questione, sono garanzia
della continuità del rapporto. Ma niente e nessuno potrà mai garantirci il “per
sempre”, né proteggerci da eventuali rotture.
In alcuni casi il bel tenebroso
rinsavisce, smettendo di stare male e di addossare tutte le responsabilità
all’amata, la quale non potrà fare a meno di disperarsi e colpevolizzarsi per
l’allontanamento del partner. In realtà c’è da esserne felici in quanto, non
riuscendo a liberarsi dalla schiavitù di un uomo così egoista, questa è una
possibilità di terapia da un amore malato, una sorta di guarigione passiva. La
guarigione attiva si attua, invece, quando un bel giorno la donna si sveglia e
decide che è ora di fermarsi, di riflettere, di non lasciarsi travolgere dal
bisogno impellente di correre da lui al primo richiamo. La donna capisce che è
diventata l’ombra di se stessa pure di compiacere l’altro e che è ora di attuare
un bilanciamento emotivo biunivoco, una sorta di compromesso tra l’altruismo e
un po’ di sano egoismo. E’, quindi, fondamentale smettere di percepirsi come un
satellite del partner, ma iniziare a chiederci come stiamo, se abbiamo bisogno
NOI in primis di qualcosa. La vera terapia sta nel lavorare su se stesse, sulla
propria autostima, ascoltarci davvero e chiederci se c’è qualcosa che possiamo
fare per renderci felici.

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